Ritorna opaco alla memoria il pensiero di te. Ricordo i tuoi occhi bruciati dal sole, e l'odore dolce della salsedine che avevi addosso, la livida corrente che ti trascinava lontano, e la schiuma indicibile erompere l'azzurro mare. Ricordo quella notte di fine estate, la tua carezza, l'ultimo brivido che mi arrivò al filo della schiena, l'ultimo attimo di vita che ci ha uniti. Scoprire alla mattina, tracce d'onda sulla sabbia, come un passo d'uomo che è passato: ho sempre pensato che fossi tu, e non certo un relitto abbandonato. Padre, ancora oggi, paziente t'addendo, come la sabbia attende la sua onda, come i gabbiani attendono il loro continuo migrare, la mia vita pare spegnersi là dove comincia il quieto respiro del mare. E mi basta vederlo tra le persiane appena schiuse, mi basta sentire la sua voce, ascoltare le sue parole, e nell'attraversare la sua riva, ritornare bambina, lasciandomi meravigliare la mente da una conchiglia marina, con dentro la sua canzone. (III classificata alla seconda edizione del Concorso Letterario di Narrativa e Poesia "PAROLE PER COMUNICARE")
.

fabilux 
dalla mailing-list di letteraturapoesiaealtro@yahoogroups.com
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BENVENUTO/A SUL MIO BLOG

A PABLO NERUDA

Pablo, ho respirato nelle tue poesie
la fragranza del tempo sepolto,
il dono di un amore che cammina
e angoli di cielo che danno
luminosità ai giorni che passano
. La bellezza del mare giunge mutare
il colore delle mie emozioni,
i tuoi versi sono lucenti proiezioni
che danno nuova fiamma ai miei sogni
consumati dal frastuono di ogni giorno
. Pablo dalla tua mano canta la terra
calata nell'ombra del crepuscolo
avvolta in una pace perfetta
d'altre date a noi distanti
. Prendo i tuoi suoni e
li stringo al mio cuore
tento di riempire la mia anima
della loro bellezza, di bere dalla tua
fonte e dissetarmi delle tue parole
. Magico inganno nelle mie mani
un ultimo alito di rime discordanti
e poi ritornare alla vita di sempre
guardando attraverso l'anima delle cose.

Selezionata I Concorso "Scrivi per O'Clock - 2010"
L'AMICA PENNA

Era autunno, il giardino impallidiva
sotto ai miei occhi,
quando la poesia mi entrò nell'anima.
Non so da dove venisse, forse
dal mare, dal cielo, dal fiume
forse un aquilone la portò a me,
oppure un uccellino canterino.
Ricordo solo che si presentò
cosparsa di un tenue profumo
di primule, umide di rugiada.
Entrò nel mio cuore come un
vortice di fiamma.
Sfiorò il mio volto con la
delicatezza di un battito d'ali.

M'AGGIRO PER QUESTO SENTIERO

M'aggiro per questo sentiero che mena alla vetta,
sento accanto a me il respiro lievissimo
dei monti.
Questa voce errante, evoca suoni
che ricercano le più intime fibre dei
miei pensieri: desideri di gioventù
sogni dell'infanzia, malinconie profonde.
Consumo il passo,
guardo il gelsomino notturno
dischiudere le sue labbra al battito
d'ali di una farfalla,
guardo i pioppi distendere a mezz'aria
la frangia verde di fogliame e
snodarsi verso un'indefinita lontanza.
Mi sento una dolce preda desiderosa di
farsi abbracciare a sorsi dall'ombra
di queste montagne.
Parlo con loro, una lingua comune,
tanto comune da rilevare un'intima
confidenza.
Le mie parole raccolte dal vento,
precipitano a valle, s'incontrano
con il flutto lento del fiume,
si flagellano sulla scogliera
affiorante dal mare.

Segnalazione Particolare nella I°Edizione-Anno 2002 del Premio Internazionale di Poesia "Montagna Viva"

(Aquerello "Tulipani" - F. Lucidi Giugno 2008)

SOPITO CON DOLCE DECLIVIO

Sopito con dolce declivio
affiori nella mia mente come
l'immagine di un sogno vagante.
Per tante strade mi raggiro,
io, piccola instabile macchia vivente,
fra nevrosi e apatie.
Nelle acque si rispecchia l'ardita
guglia del campanile, un alone di favola antica,
Da lontano, ripide s'alzano le montagne,
e altre montagne ancora, fragili
rocce consumate dal tempo.
Nei versi di esule poeta
scorre un'onda di malinconia
e voluttuoso languore.
Nelle parole perse in un foglio,
raccolgo il fresco rogoglio
di un amore appena sbocciato,
in grembo ad una natura impura.
Attingo dal verde scrosciare
della vallata, la notte glauca.
Lo specchio lunare scorre sui
rami copiosi di resina, e riflette la sua
luce sul respiro impalpabile del fiume.
I miei occhi tra la spuma in corsa,
sembrano due perle
galleggianti nel cristallo ialino.
Il cammino dolce delle acque,
agevolano lo scorrere dei miei pensieri.
La strada del ritorno stasera,
sembra più corta.

Segnalazione Particolare nella II°Edizione-Anno 2003 del Premio Internazionale di Poesia "Montagna Viva"

 

(Aquerello - "Il fiume" - F. Lucidi 2009)

SILENZIO E'...

Il vento che stende le sue mani leggere, è silenzio. Le onde fluttuanti sopra un mare immobile di luce, è silenzio. Silenzio è il nostro amore, che ci illumina il cuore quando la vita è in tempesta. Silenzio sono le parole pensate ma non dette. Il perdono che si concede al nemico è silenzio. Una donna che arreca con la sua bellezza benefici agli uomini, è silenzio. Silenzio è la mente umana, che si apre all'infinito, Silenzio è un rosario recitato, che fa eco ai voli e ai tremoli festosi di uccelli in aria. Un luogo qualunque, dove non c'è guerra, è silenzio. La brezza carica di profumi, è silenzio. Desiderei rimanere a lungo il silenzio, ma la vita mi spinge a riprendere la strada.

Pubblicata sull'Antologia "Il Silenzio" in occasione dell'VIII edizione del Premio di Poesia "BEATO GAETANO ERRICO".
L'INVISIBILE MINA

Sadin, i tuoi occhi umiliati dalla vita, guardano intorno lacoperta di mare. Dietro l'intimità delle tue pupille intravedo stille di ghiaccio che aspettano un amaro vapore per sciogliersi sul viso. Sadin, quante corse sui campi, mentre prendevi a calci il pallone, e inseguivi il sospiro balsamico di eterno bambino. Ti vedo sfogliare il cielo mentre sulla spiaggia ti lasci bagnare da liquidi suoni primaverili. Sadin il respiro del sole, rammneda le tue ferite, forse per te sarebbe più facile volare. Chiudi gli occhi, pensa di essere uno di quei gabbiani che schiaffeggiano il soffitto del mare. Dimentica per un istante quella mattina quando per rincorrere una farfalla hai smesso di camminare.

(III CLASSIFICATA - Sezione Poesia Inedita – Concorso Internazionale di poesia e narrativa Cilia Rosa)

CANTO D'ESTATE

Immersa nella calma del meriggio estivo, evoco immagini di una vita attutita in un oblio senza età. A farmi compagnia, l'irto pungitopo arenato, ma orgoglioso, tanto da assurgere erte all'insù. I vapori dell'acqua esauriscono, e con essi le piume argentee dell'alcedine, che lentamente si fonde, con l'azzurro del mare, tutt'uno con il chiarore del cielo. Corro sulla sabbia, inseguendo la melodia salmastra. Affosso i piedi là dove il liquido salino si attenua. Le mie orme sembrano note musicali, segnate sul pentagramma, l'armonia è il cadenzare delle onde, e con l'orecchio attento, seguo le varie sfumature che sopraggiungono. Leggo come su uno spartito, la musica alterna del mare. Raccolgo con gli occhi le ghirlande di spuma che imbiancano la riva. E' una nuova tonalità, che dà l'impressione della morte del tempo.

MENZIONE SPECIALE - Secondo Concorso Nazionale Poesia in Notes 2007 - "L'uomo e il Mare" - Ennepilibri

PENSIERI E PAROLE
Come definire la vita? Sicuramente un gioire di colori, la pittura di luce di una stagione mutevole, un insieme di rumori confusi tra il delicato odore di verzura fresca e un tenue soffio d'aria. Ma non solo, si direbbe che alcune volte la vita voglia riposarsi dopo il dono di radiose giornate, allora ecco i primi ostacoli da superare... E quando viene a mancare ogni emozione? Ecco la vita essere niente! Nella vita tutto può finire, tutto può accadere. La sorte sembra determinare le nostre azioni e il tempo continua a scivolare via... Una nuova ruga disegna il volto e sui capelli, piccole macchie di colore. In ognuno di noi c'è la voglia di volare, saltare in libertà tra i rami in fiore, volteggiare nel cielo azzurro, cinguettare confusamente al tramonto. Lampi di idee improvvise germogliano nella mente, tenendoci lontani dalle comuni leggi di esistenza e quello che prima ci appariva irrealizabile come un'ambita e preziosa meta da raggiungere, ora diventa realtà, fino a perdersi nell'ultima ora del giorno quando la luce cancella ogni rumore. Perchè la vita è fatta di piccole cose e solo uno stonato non gode di queste note. Questo è il concetto espresso nelle mie poesie. Ho voluto nominare la raccolta Pensieri e Parole, perchè quello che ho scritto non sono delle vere poesie quanto dei pensieri. Con la voce esprimo il mio pensiero, con la scrittura fisso le parole. "Che altro è lo scrivere che un parlare colla penna".
 
  Ultime cose
Il mio profilo

L'ESSENZA DEL TUO PROFUMO

Presso il tuo petto mi chino a sentire l’odore della tua pelle. E tra le cavità sconosciute del tuo corpo, cerco di riconoscere l’essenza del tuo profumo. E’ fresco come il glicine, quel glicine che da anni trabocca nel mio giardino. E’ delicato come il volo di una farfalla, quella farfalla che nelle notti d’estate, si lascia incantare dalle lampare sul mare. C’è fragranza di luce sulla tua pelle,freschezza di rugiada mattutina sul tuo sorriso, odore di grano sui tuoi capelli sparsi al vento. Intima la mia mano che esplora ogni incavo di te. Il mio stesso corpo avvolto dalla giovialità del tuo amore. Profonda la sensazione al tuo contatto. Sfioro i tuoi capelli fini come il fiato. Il mio palpito s’arresta sul tuo sguardo. Un respiro di sicurezza si perde nelle tue parole. E’ un sentimento intenso il mio, una sorgente di emozioni, che nasce sulle tue labbra e muore sulla mia bocca.

(ANTOLOGIA DELL'AMORE - Le più belle poesie d'amore selezionate alla nona edizione del Premio Editoriale Penna d'Autore 2001)

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90 MINUTI
Il volto è affilato dalla tensione,
il cuore palpita come vele al vento,
è una magnifica sera d'estate.
Con gli occhi attaccati allo schermo
guardo lo scorrere in diretta delle immagini.
Il caldo mi opprime,
il corpo è levigato dal sudore,
tengo stretta tra le mani la bandiera tricolore.
Gli azzurri corrono con velocità
divincolandosi tra gli avversari
come se fossero lucertole.
Palleggiano con completa indifferenza
fino a ghermire la palla e azzeccare
un tiro perfetto.
Il fiato mi si fa compatto nell'aria pesante
un urlo a tutta gola irrompe nella stanza
a questo se ne aggiungono degli altri
da case lontane, fino a formare una parola
sola in un solo suono
GOAL!.
Antologia Collana RadioRime 101.9 - Dimensione Poesia 1995

______________________


Ho voglia di volare,
ma delle sbarre di acciaio
mi tengono prigioniera
in uno spazio per me troppo stretto.
Ho le ali, voglio volare,
saltare in libertà tra i rami in fiore,
volteggiare nel cielo azzurro,
cinguettare confusamente al tramonto.
Invece, mi ritrovo a trascorrere la vita
rinchiusa in una gabbia, sognando la mia
libertà.
Antologia Collana Radio Rime 101.9 - Dimensione Poesie 1995.

  ILDUE
LADRI DI CARROZZELLE
PIERLUIGI BAGLIONI
MARIO ROBUSTI
SISSI - BLOG
DANIELE DEVIVO
 

PAESE MIO

Vorrei girare il cielo come una rondine e posarmi sopra il tetto di una di quelle biancastre e mute case del mio paese. Con nostalgia lo rivedo accoccolato su gibbosi monti sotto la luce azzurra e trasparente di un giorno di primavera. Lo rivedo avvolto da un leggero vento che scioglie gli ultimi nodi del rigido inverno. Lo rivedo quando nell’aria densa si respira l’odoroso fieno lasciato seccare al sole. Vorrei girare il cielo come una rondine e raggiungere il mio paese che ora dista da me centinaia di chilometri… Per questo mi appare lontano come un’ambita e preziosa meta da raggiungere.

(Tratto da Pensieri e Parole)

Questo blog ha il valore di un album delle fotografie. Mi piace scrivere e dipingere con gli acquerelli, collaboro con diversi siti internet, ma come accade spesso, qualche cosa finisce su un sito e qualche cosa su un altro. Così ho voluto raccogliere il mio materiale e postarlo in questo spazio virtuale. LA SBRONZA DEI LETTERATI non ha nulla a che vedere con i "seri" siti di letteratura... E' solamente il mio blog. 

                  (Acquerello - 20/04/2008)
              

  LA PANCHINA 



(Acquerello - 11/05/2008)
       
Delle sere calde d’estate, ricordo le
uscite a prendere l’aria fresca del mare.

Sedevo sulla panchina,
che non c’è più e portava  una bella frase d’amore
scritta da un romantico innamorato.
 
Gli anni hanno cancellato dalla mia mente
tanti ricordi, ma non la nostalgia della panchina,
 lo zefiro del mare selvaggio
 e la dolcezza delle persone.
 
Una strada familiare,
che percorro ancora oggi;
nulla sembra aver cambiato il tempo,
se non la panchina, dove al suo posto
ora s’erge un grosso albero.

Spesso rievoco con gli amici i tempi
trascorsi, mi pare di essere ancora
immersa nel vento sferzante
di quelle sere d’estate.
 
Seduti sulla panchina,
giungeva a me il respiro dell’umanità
il vociare dei ragazzi, le grida dei bambini,
le strida di rondini e dall’osteria, sotto il
pergolato in fiore, le urla
dei vecchi intenti al gioco delle carte.
 
Qualcuno si è perso per strada,
come le onde, dopo tanto agitarsi,
si estinguono sulla riva.
 
Solo il vento di mare, qualche sera
porta il bianco fremere di vela, l’occasione
per perdermi nel ricordo della mia giovinezza
e di quelle primavere che fiore più non danno.

( 26/06/2002)

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       L'INVISIBILE MINA
    (No alle mine antiuomo)

       

(Aquerello -  10/07/2008) 

I tuoi occhi
umiliati dalla vita,
guardano intorno la coperta di mare.

Dietro l’intimità delle tue pupille
intravedo stille di ghiaccio
che aspettano un amaro vapore
per sciogliersi sul viso.

Quante corse sui campi mentre
prendevi a calci il pallone,
e inseguivi il sospiro balsamico
di eterno bambino.

Ti vedo sfogliare il cielo
mentre sulla spiaggia ti lasci
bagnare da liquidi suoni primaverili.

Il respiro del sole,
rammenda le tue ferite,
forse per te sarebbe più facile volare.

Chiudi gli occhi,
pensa di essere uno di quei gabbiani
che schiaffeggiano il soffitto del mare.

Dimentica per un istante,
quella mattina quando per rincorrere
una farfalla hai smesso di camminare.

( 06/04/2003- III° Classificata 
al III° Premio Internazionale "Cilia Rosa 
edizione 2007" - Finalista al I° Concorso 
Internazionale "GSG WEB - 2006)  

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   TREGUA
    (Desiderio di pace)

  
(Acquerello - 25/03/2008 )

Intravedo un barbaglio di luce
 simile ad una fiamma bianca
che si riversa intorno.

Riconosco nel trasvolare fumo denso,
la caligine della morte esiliata.

E da lontano,
la cima del monte s’indora,
e l’ombra degli alberi,
che mi riparano dalla calura,
brusiscono senza suono
sulla spoglia della mia esistenza.

Cantano flebilmente gli uccelli,
rumoreggiano le giovenche,
e il vento si compiace del vociare delle fronde.

La campana suona, la fine del giorno,
e il mio sguardo, dal monte,
scende sui cumuli coperti di erba,
dove dormono olocausti di mortali despoti.

La muta oscurità della notte,
spalanca la sepoltura a tutti i mali.

L’umanità chiede una tregua,
per ritornare ad alitare sul mondo.

( 26/03/2004)
 
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M’AGGIRO PER QUESTO SENTIERO



(Acquerello - 10/06/2008 -) 

M’aggiro per questo sentiero che mena alla vetta,
sento accanto a me il respiro lievissimo
dei monti;
questa voce errante, evoca suoni
 che ricercano le più intime fibre dei miei pensieri:
 desideri di gioventù, sogni dell’infanzia,
 malinconie profonde.

 Consumo il passo,
 guardo il gelsomino notturno dischiudere
 le sue labbra al battito d’ali di una farfalla,
guardo i pioppi distendere a mezz’aria
la frangia verde di fogliame e snodarsi verso

 un’indefinita lontananza.

Mi sento una dolce preda desiderosa di
farsi abbracciare a sorsi dall’ombra
 di queste montagne.
 
Parlo con loro, una lingua comune,
tanto comune da rivelare un’intima
confidenza.
 
Le mie parole raccolte dal vento,
 precipitano a valle,
s’incontrano con il flutto lento del fiume,
e si flagellano sulla scogliera affiorante dal mare.

(
- 12/10/2002 - Segnalazione Speciale
all'edizione 2002 del Concorso Internazionale
di Poesia "Montagna Viva")

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   SILENZIO E'... 
 



(Acquerello - 03/06/2008)

Il vento che stende le sue
mani leggere, è sile
nzio.
Le onde fluttuanti sopra
un mare immobile di luce, è silenzio.
Silenzio è il nostro amore,
 che ci illumina il cuore
quando la vita è in tempesta.
Silenzio sono le parole
pensate ma non dette.
Il perdono che si concede al
nemico è silenzio.
Una donna che arreca
con la sua bellezza benefici
agli uomini, è silenzio.
Silenzio è la mente umana
che si apre all’infinito.
Silenzio è un rosario recitato,
che fa eco ai voli e ai tremoli
festosi di uccelli in aria.
Un luogo qualunque,
dove non c’è guerra, è silenzio.
La brezza carica di
profumi, è silenzio.
Desidererei rimanere a
lungo in silenzio, ma
la vita mi spinge a riprendere
la strada.

(31/07/2006 - edita nell'Antologia “Il silenzio”
Premio di Poesia Beato Gaetano Errico – VIII edizione 2006 "


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CANTO D’ESTATE



(Acquerello - 10/02/2008)

Immersa nella calma del meriggio estivo,
evoco immagini di una vita attutita
in un oblio senza età.

A farmi compagnia,
l’irto pungitopo arenato,
ma orgoglioso, tanto da
assurgere erte all’insù.

I vapori dell’acqua esauriscono,
e con essi le piume argentee dell’alcedine,
che lentamente si fonde, con
l’azzurro del mare, tutt’uno con
il chiarore del cielo. 

Corro sulla sabbia, inseguendo
la melodia salmastra.

Affosso i piedi
là dove il liquido salino si attenua.

Le mie orme sembrano note musicali,
segnate sul pentagramma.

L’armonia è il cadenzare delle onde,
e con l’orecchio attento, seguo le
varie sfumature che sopraggiungono.

Leggo come su uno spartito,
la musica alterna del mare.

Raccolgo con gli occhi
le ghirlande di spuma che imbiancano la riva.

E’ una nuova tonalità,
che dà l’impressione della morte del tempo.

(06/09/2003 - "Menzione Speciale
ENNEPILIBRI - Poesia in Notes - II edizione 2007"

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UN GRAMMO DI DIPENDENZA



(Aquerello 05/07/2008)

Pelle e ossa,
a stento insegui con la mente
lontani rintocchi di campane
mentre cadi nell’oblio della lena vita.

In te infuria la rabbia
di chi sottomesso si sente
prigioniero di un’esistenza
che non gli appartiene.

L’unica fiamma vitale,
la volontà di spezzare le catene
del passato per provare di nuovo
l’ebbrezza di una libertà meritata
con il sacrificio.

(da Pensieri e Parole)

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RIMEMBRANZE


Volgo gli occhi aperti attorno a me
ed avverto nell’aria qualcosa di nuovo.

Ai bordi del lago sono fiorite le viole.

E’ un rito che si ripete ogni anno,
con l’arrivo della primavera.

Respiro il soffio ventilato di resina,
che viene con un odore di montagna,
a sciogliere le zolle inaridite dall’inverno.

Sulle soglie del bosco,
ascolto la voce della natura,
è un lieve sussurro che si apre
sul passaggio di montagna,
illuminato ad un tratto dal declino del sole.

In questo luogo solitario,
ricerco qualche attimo di riposo.

Provo piacere a vedere l’espressione
vivace dell’acqua che spezza la sua
limpida corrente, contro la pietrosa battigia.

Provo piacere ad ascoltare le parole
degli uccelli, descrivere in un breve assolo
la gioia intensa della vita.

Mi sento vivere ammirando da lontano,
una vela color porpora, mossa dal battito
d’ali della brezza.

Le mie orecchie devono riempirsi di
questi rumori, i miei occhi devono catturare
ogni tono di colore, per conservare
più a lungo il ricordo e il piacere di quest’esistenza.

( - 20/09/2002 - Segnalazione Particolare al
Premio Internazionale di Poesia Montagna Viva -
seconda edizione anno 2003)

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Non possono esserci nel mondo guerre di religione. La religione è l'ampliamento della vita fino all'estremo limite.

Quante emozioni regala una cartolina. Genova: il quadro impressionista del porto, le navi ormeggiate sulle banchine e la tua voce che trascina le parole, di poeti e cantautori. Genova, accogli i tuoi visitatori, irriverente, fluttuante, totalmente romantica. Chi ti guarda vede una vecchia signora, arrogante, chiusa, ostile, difficile, ma sotto la tua pelle camaleontica, si nasconde un'anima, che eslode nel testo di una canzone, o dalle mani di un pittore. Il ricordo del mio amore è rimasto là, ora che sono lontana, porto con me la sua foto e ogni volta che bacio la sua bocca, è come se baciassi te Genova, e il tuo profumo di mare.

Il mondo è una perpetua caricatura di se stesso: in ogni momento è la presa in giro e la contraddizione di ciò che finge di essere." George Santayana (1863-1952), filosofo e scrittore statunitense.

Il vento che stende le sue mani leggere, è silenzio. Le onde fluttuanti sopra un mare immobile di luce, è silenzio. Silenzio è il nostro amore, che ci illumina il cuore quando la vita è in tempesta. Silenzio sono le parole pensate ma non dette. Il perdono che si concede al nemico è silenzio. Una donna che arreca con la sua bellezza benefici agli uomini, è silenzio. Silenzio è la mente umana che si apre all'infinito. Silenzio è un rosario recitato, che fa eco ai voli e ai tremoli festosi di uccelli in aria. Un luogo qualunque, dove non c'è guerra, è silenzio. La brezza carica di profumi, è silenzio. Desidererei rimanere a lungo in silenzio, ma la vita mi spinge a riprendere la strada.

20 ottobre 2008

L'OTTAVO MARITO (barzelletta)

Fai piano... per me e' la prima volta!
Ma se hai avuto sette mariti?!?
Si ma il primo faceva il venditore, mi ripeteva sempre quanto sarebbe stato fantastico.
Il secondo era un programmatore, non era mai sicuro che funzionasse.
Il terzo era un ingegnere e diceva di aver bisogno di tre anni di ricerca.
Il quarto lavorava in comune e diceva che quello non era suo compito.
Il quinto era uno psicologo e ne parlava soltanto.
Il sesto era un ginecologo, guardava e basta.
Il settimo collezionava francobolli! Quanto mi manca.
E cosa ti fa pensare che con me sara' diveso?
Tu sei un bancario. Mi fotterai sicuramente!!!
__._,_.___




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27 agosto 2008

NON TUTTO IL GIORNALISMO E' UGUALE

Che differenza c'è fra il giornalismo - per esempio - di Feltri e quello - per esempio - di Baldoni? Non parlo di differenze "politiche". Da un punto di vista tecnico, voglio dire. La differenza è che Feltri grida, mentre Baldoni parla a bassa voce. Non è una novità: anche Appelius gridava ("Il generale Badoglio è entrato ieri ad Addis Abeba") e anche Hemingway ("Vecchio al ponte") parlava a bassa voce. Destra e sinistra dunque, attraverso le generazioni? Non solo. C'è qualcosa
di più, che attiene proprio alle radici profonde del mestiere. Il giornalismo di Feltri nasce in un mondo sostanzialmente povero di notizie. Un mondo in cui ciò che succede accade lontano, arriva tardi, e incide relativamente poco sulla vita quotidiana. Quest'ultima, a sua volta, è una vita "normale". Di una normalità che nessuno mette in discussione. "Il generale è entrato ad Addis Abeba"? E che ce ne frega. Non ha importanza, poi, sapere che cosa ne pensa il barbiere di Addis Abeba. Tanto non lo incontreremo mai - il mondo in cui viviamo non ha nulla a che vedere col
suo. Da questo discendono subito due cose. La prima è che la notizia coincide con lo scoop, deve avere un "effetto" traumatico immediato e dev'essere gridata. La seconda è che il gestore di questa notizia, essendo uno dei pochissimi autorizzati a gestirla, è una persona importante. Poiché non mette assolutamente in discussione (e perché dovrebbe?) la "normalità" del sistema, e poiché questo sistema è basato su una gerarchia - ristretta e distinguibile - di piccole e grandi Autorità locali, di notabili insomma, ecco che il giornalista diventa un notabile anche lui. Feltri, e Appelius,
in fondo non sono dei giornalisti "fascisti". Sono semplicemente dei gerarchi, dei notabili, esattamente come il sottosegretario dei trasporti o il podestà di Ravanusa. In più, hanno il bisogno fisiologico di "alzare" emotivamente le "notizie" che danno ("il Negus è semianalfabeta", "Baldoni è
d'accordo coi terroristi") perché il valore delle loro notizie dipende principalmente dall'emotività che veicolano qui e ora. Nel caso di Baldoni - del giornalismo di Baldoni - il background è ben
diverso. Non siamo più in un mondo in cui si aggirano pochi e stenti segnali. Siamo in un mondo pieno di informazioni, piccole e grandi, per lo più immediatamente visibili nella nostra vita quotidiana. Il somalo, per me, non è un oggetto esotico che trovo sul giornale: è semplicemente il tizio che sta sull'autobus accanto a me. Siamo nello stesso mondo. Da lui, e dal suo mondo, mi giungono continuamente delle informazioni. Il mondo non è nemmeno più un mondo notabilare, retto da pochi. E' un mondo ramificato e complesso, in cui il potere è dato dal consenso. Se al mio nipotino non piacciono le patatine McDonald, e questo finisce nei sondaggi, il presidente Mc Donald - un uomo potente - è nei guai. Questa è una novità, una novità che pesa. Così lo scoop, l'effetto, perdono di valore. Gridare è quasi inutile, perché qua parlano tutti. Una vociata  occasionale può turbare il lettore d'oggi, ma non persuaderlo. Bisogna convincerlo a poco a poco, sommessamente. Ragionare. Parlare. Portare le cose "piccole", ma fondamentali, su cui la nostra vita si basa, dappertutto. Perciò, se il giornalismo vecchio era quello dell'"effetto", il giornalismo moderno è quello della "storia di vita". La storia si può raccontare con molti trucchi tecnici, per lo più molto antichi (presente Erodoto?). Ma i suoi strumenti fondamentali appartengono all'intellettuale umanistico, alla persona; non al "giornalista" nel senso - specialistico - feltriano. Io per esempio sono un giornalista perché so usare XPress, calcolare un battutaggio, passare un pezzo, mettere in piedi un cartaceo e così via. Non sono un giornalista per quel che scrivo. Questo
può farlo "chiunque", con una determinata formazione, e lo farà tanto meglio quanto più sarà vivo. Lo strumento culturale di base non è più cioè l'appartenenza a un notabilato specialistico, ma la partecipazione colta e cosciente alla vita quotidiana delle persone. Questo significa subito che,
se faccio il giornalista, non sono necessariamente un notabile: sono semplicemente un tecnico specializzato (in XPress). Per il resto, valgo quanto vale la mia sensibilità e la mia cultura: come tutti.
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Il giornalismo antico aveva dei mezzi di distribuzione assai limitati. Marco Polo è riuscito a raccontare quel che aveva visto solo grazie a una serie di colpi di culo (finire in cella con un intellettuale) del tutto imprevedibili. Kipling aveva bisogno di un editore. E tutti abbiamo avuto
bisogno di rotative, di distributori, di macchine, in ultima analisi (salvo eccezioni: I Siciliani, Avveimenti e altri pochi) di un padrone. Il giornalismo antico è, per sua tecnologia, coartabile e centralizzato. Il giornale di Baldoni invece si chiama Bloghdad.splinder.com. Se vai su Splinder, puoi farti il tuo giornale - non dico i contenuti - nel giro d'un paio di ore. Difatti, ce ne sono migliaia. Puoi farlo benissimo anche tu. O puoi fare una mail, un sito, una e-zine come questa. Puoi *comunicare*. Il giornalismo moderno ha dei mezzi di distribuzione illimitati. Non è centralizzato, e non è coartabile da nessuno. L'unica cosa che gli manca è l'antico status notabilare. Questo è un guaio per il giornalista. Ma non per il lettore.
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Questa trasformazione è avvenuta ormai da diversi anni, il suo strumento tecnico è l'internet, la sua ideologia l'umanesimo e il suo backgound storico la globalizzazione. Baldoni c'era dentro fino al collo. Adesso, naturalmente, è un "giornalista" anche lui, ora che è morto. Come la Cutuli
(promossa inviata dopo), come Ciriello, come Beppe Alfano ucciso dai mafiosi in Sicilia e pagato tremila lire a pezzo, come quel collega di Catania che in questo momento, per sopravvivere, sta scaricando casse e imballaggi all'aeroporto. "Giornalisti" tutti. Ma forse è arrivato il momento di
separare le razze. Se Feltri è giornalista, evidentemente Baldoni non lo è. E viceversa. Non è un discorso moralistico, come si dice. E' semplicemente un fatto tecnico, di mestiere. Fra vent'anni, vedremo chi dei due sarà considerato storicamente un giornalista e chi no.
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Sarebbe bene che anche coloro che - notabilarmente - tengono i registri del "giornalismo" comincino a riflettere un po' su queste cose. Mi riferisco all'Ordine dei giornalisti e alla Federazione della stampa. Sono dei club simpatici, che hanno avuto una loro funzione ai tempi del giornalismo
antico. Adesso però debbono decidere se vogliono continuare a occuparsi di giornalismo o no.
Che fine fanno - tanto per dirne una - tutte le polemiche di salotto su Farini? Roberto Farini, braccio destro di Feltri, è quello che ha affermato che Enzo Baldoni era amico dei terroristi iracheni. L'ha scritto nero su bianco, avendone dunque (visto che è un giornalista) le prove. Non l'ha scritto perché ce l'avesse in particolare con Baldoni - che gliene frega - ma così tanto per fare lo scoop, per l'"effetto". Bene: questo Farini è un "giornalista" o no? In questo momento, nel sistema dei notabili, c'è un'autorità precisa che può stabilirlo, ed è l'Ordine dei giornalisti. Mi
aspetto che esso risponda a questa domanda, visto che tocca a lui rispondere. Se no, bisognerà pur trarne qualche conseguenza.
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Non è solo l'Ordine, il notabilato, ad essere stato povero in questa vicenda. Io temo che anche la categoria nel suo complesso abbia capito poco di quel che è successo con Baldoni. Il sito non ufficiale più autorevole del giornalismo italiano è, secondo me, il Barbiere della Sera. E' nato come
"giornale" spontaneo dei giornalisti, col preciso intento di mettere in piazza ciò che succedeva dietro le quinte dell'informazione. Povero, scattante, appassionato, ha avuto un suo ruolo preciso in quegli anni. Poi, come a tanti succede, s'è ingrassato e s'è ingrandito, e ora è un bel portale di quelli che appena li clicchi ti sparano subito i flash di pubblicità. Non lo leggevo da qualche tempo, l'ho fatto adesso per vedere il dibattito su Baldoni. Ho trovato quanto segue: "Poi però al fine settimana, il nostro si mette la tutina da Superman e va a giocare all'inviato di guerra". "Lo spirito da avventuriero con cui affronta le sue imprese". "E non è un caso che anche ai dirigenti della nostra categoria non sia piaciuto questo finto inviato di guerra". "Deaglio, snob della sinistra, vergognati!". "Non conosco personalmente Enzo Baldoni, ma che sia un personaggio un po'
egocentrico, e forse anche leggero ma non per questo buono...". "Baldoni è simpatico, ma, ripeto, NON lo considero un giornalista". "Una persona così è un danno per la categoria". Questa, naturalmente, non era l'opinione di tutti. La maggior parte degli interventi erano complessivamente civili. Ma c'erano anche questi - una consistente minoranza - e facevano opinione.
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Anche le giornaliste Rai, se ve lo ricordate, erano "amiche dei terroristi". Quelle inviate in Iraq, durante e dopo la guerra: sono state insultate esattamente come Baldoni, perché "non erano professionali", erano "simpatizzanti di Saddam" e compagnia bella. Va bene: in questo momento,
purtroppo, la cultura di destra in Italia è ridotta a un livello molto basso, e ne escono cose come queste. Potremmo "buttarla in politica", e finirla qui. Purtroppo, il problema è più profondo e riguarda la complessiva concezione del giornalismo in Italia, l'uscita - per chi vuole e può - dal
notabilato e il ruolo, nel giornalismo moderno, dei "giornalisti".

Fonte: La Catena di San Libero
30 agosto 2004 n. 246

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26 agosto 2008

UNA VITA DIMENTICATA: ENZO BALDONI

Pressappochismo  e indifferenza: è morto anche per queste ragioni Enzo  Baldoni,  giornalista e pubblicitario, rapito, ucciso e infine  inghiottito nel  nulla iracheno 4 anni fa, il 26 agosto 2004. Il suo corpo  non è mai  stato trovato. C’è chi dice che forse non è mai stato  cercato  volutamente. E la confusa situazione politica italiana poi  ha fatto il  resto, tra equivoci e ironie feroci. Cosicché tutti via  via si sono più che mai defilati su questa vicenda. Dove è rimasta solo la  famiglia di  Enzo Baldoni, che da tre anni si batte per riavere le  spoglie, o ciò  che resta, del loro caro. Ucciso dal terrorismo irakeno ma  anche da chi  in Italia avrebbe dovuto e potuto aiutarlo, e non l’ha  fatto.“Io
credo che non sia stato fatto abbastanza, anzi, penso che  non sia stato  fatto niente, per far sì che il corpo di Enzo potesse  tornare a casa.  Mio figlio è stato dimenticato”. Parole del padre di
Enzo, Antonio  Baldoni, e anche del fratello di Enzo, Raffaele.   “Continuiamo  a pensare che non sia difficile arrivare a Enzo. Ma il  fatto è che è  stato dimenticato e con lui la sua vicenda. Dalla politica  e dai  giornalisti. Chi potrebbe fare qualcosa forse ha altro da  fare e non  reputa il recupero della salma di mio figlio una cosa  importante.”  

Da: Diavoletta
> Oggetto: [GZ] cortometraggio per Enzo
> Data: Martedì 26 agosto 2008, 09:11

> CortoperScelta: Enzo Baldoni, una vittima dimenticata
> Raffaele Baldoni ospite a CortoperScelta per la proiezione di “Una
> vittima dimenticata”, dedicato al fratello Enzo Baldoni,
> giornalista scomparso in Irak nel 2004
Fonte: EnzoB-owner@yahoogroups.com - mailing list di Enzo baldoni




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2 agosto 2008

SIAMO CIO' CHE MANGIAMO

Rispetto al passato, oggi le nostre tavole sono ricche d’alimenti. Adesso ci sono cereali per la nostra colazione, arricchiti di fibre, vitamine e sali minerali. Sugli scaffali del supermercato troviamo patatine aromatizzate al pollo, senza essere state mai vicine ad un pollo. Troviamo lo yogurt che combatte il colesterolo, la stipsi, e quello che aumenta le difese immunitarie. 

Evidentemente il nostro modo di mangiare è cambiato. Si scelgono cibi di “moda”. In questo periodo è molto “in” mangiare pesce crudo, oppure vegetariano. A volte un’errata alimentazione può provocare al nostro organismo la mancanza d’alcune sostanze nutritive essenziali. Le pubblicità spesso c’incoraggiano a consumare bevande in particolare il latte con aggiunta d’alcune sostanze capaci di rimediare al mancato apporto giornaliero delle stesse, a causa di un regime alimentare scorretto. Gli esperti consigliano di adottare la dieta mediterranea, dove si alterna carne, pesce, frutta e verdura, ma sempre più spesso, soprattutto negli adolescenti si finisce per ingoiare cibi ricchi di grassi saturi nocivi per l’organismo. Oggi il mondo occidentale deve fare i conti con l’obesità. Solo negli Stati Uniti si è passati da 103.000 interventi del 2002 ai 120.000 interventi del 2003. 

Le soluzioni operatorie per diminuire la fame sembrano essere le più “gettonate”. Da anni si sono mandati in pensione i Bay-pass; (interventi che mirano alla riduzione dell’appetito creando un pre-stomaco che è attaccato da un’ansa intestinale), perché considerati troppo rischiosi. Al momento i due interventi più utilizzati e conosciuti in Italia sono la gastroplastica verticale e il bendaggio gastrico: entrambi riducono la quantità di cibo da immettere nell’organismo, perché da subito si ha un senso di sazietà. Non mancano nuove terapie per la risoluzione del problema. Studiosi inglesi, hanno scoperto l’ormone che ha il compito di inviare al cervello il segnale che blocca la sensazione di fame. Ora si sta pensando di individuare i cibi che provocano il rilascio delle maggiori quantità dell’ormone, ma la strada è lunga. Nell’attesa chi vorrà perdere qualche chilo dovrà fare i conti con le tante e svariate diete che promettono, non si sa perché, una pancia piatta da subito, e l’abbandono del superfluo. 

La South Beach dura due o tre settimane, preferisce le proteine, gli unici carboidrati concessi sono quelli a basso contenuto glicemico compresi nelle verdure. Sono banditi pasta, riso, frutta, latticini e patate. Togliendo nella dieta i carboidrati, si ha l’impressione di perdere peso, ma in realtà più che eliminare i grassi, si eliminano i liquidi e il tessuto muscolare. Bisogna tener presente che i chili perduti velocemente, sono subito recuperati. Durante una dieta dimagrante, la perdita media di peso è quella tra il mezzo chilo e due chili in un mese. I giapponesi che di questi problemi non soffrono, sfruttano le disgrazie degli altri paesi per mettere sul mercato un forno a microonde capace di ridurre del 19% i grassi presenti nella carne. Mangeremo una bistecca più leggera, ma anche il nostro portafogli si adeguerà al peso, perché l’elettrodomestico costa 940 euro.




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29 luglio 2008

GIACOMO GIROLAMO CASANOVA - Uomo d'altri tempi

 Sfogliando il vocabolario, per "casanova" s'intende un uomo particolarmente dedito alle avventure galanti; gran seduttore di donne, per antonomasia, dal nome dell'avventuriero Giacomo Girolamo Casanova. Ai nostri giorni il termine casanova è stato soppiantato dall'anglicismo play boy, ma la figura dell'"avventuriero" è rimasta, anche se è mutata di fisionomia con il cambiamento degli usi e costumi. Giacomo Girolamo Casanova nasce a Venezia il 2 aprile del 1725 da una coppia di modesti attori.

Il Casanova si trova a suo agio nel frequentare brillanti salotti, specchi dorati e gente aristocratica. Prende parte a tutte le feste, si compiace di questo lusso principesco, diventa eroe delle riunioni mondane, allietando gli invitati con il racconto d'irresistibili aneddoti. Seduttore da salotto passando da una donna ad un'altra scopre la propria infelicità nell'amore. A dodici anni Casanova s'invaghisce di Bettina e se ne innamora. Una sera l'aspetta invano, quando al mattino decide di andarla a chiamare nella sua camera, la scopre stretta tra le braccia di un altro ragazzo. La gelosia s'insinua in lui, ma non ha tempo di vendicarsi, perché la donna reagisce con crisi isteriche e convulsioni. Il giorno dopo un esorcista mette fine alla cosa. Due anni dopo Bettina va in sposa ad un calzolaio, che la rende povera e infelice; muore nel 1776. Ester, è la nipote di un ricco commerciante d'Amsterdam. Casanova la blandisce con costanza, ma la giovane accetta di concedersi a lui solo dopo il matrimonio. A questo sacramento Casanova non ha intenzione di avvicinarsi; l'abbandona dopo un breve corteggiamento. Manon Balletti, è figlia d'attori francesi, da sette anni, è innamorata del nostro "adescatore", gli scrive quarantadue lettere d'amore apostrofandolo "amante - marito - amico…" Teresa Imer è una delle tante meteore che rischiarano il cuore di Casanova per un breve attimo. La storia d'amore più importante è quella che ha con Marie Anne Geneviev Auspurgher, la conosce in Francia presso un mercato. La ragazzina se ne sta immobile davanti ad una bancarella di bigiotteria. Guarda estasiata un paio d'orecchini di strass che non può acquistare, Casanova attratto dal suo viso gioviale gliene fa dono. Dopo cinque anni la rincontra a Londra e se ne innamora. Marie Anne è una cortigiana, e Casanova ne subisce il fascino. La riempie di regali, e le fa una corte sfrenata; la bizzarria di un incontro casuale diviene un'irresistibile passione non corrisposta.

Un giorno Casanova scopre Marie Anne in atteggiamenti intimi con un altro uomo; la picchia violentemente, tanto da pentirsi subito dopo dell'azione e attuare l'idea di suicidarsi. Scrive lettere ad amici e parenti, e si dirige verso il Tamigi. Per caso incontra un suo vecchio amico che lo convince a disertare il pensiero malevolo, proponendogli in alternativa un caffè in un bar. Casanova si lascia convincere dalle parole d'Edgar, e grande è la sorpresa nel vedere dentro il locale Marie Anne per niente moribonda, ma in movenze spassose con uno sconosciuto. La D'Urfè è una delle donne più ricche di Parigi, oltre ad essere pazza. Ha una passione per l'alchimia e la magia; convinta di cambiare sesso solo dopo aver messo al mondo un figlio maschio, coinvolge il Casanova in questa folle operazione. Casanova accetta senza alcun problema. Il rito ha inizio in una camera d'albergo, naturalmente la marchesa non rimane incinta, anche se lei sospetta il contrario, ma Casanova poco importa, si allontana dalla donna con gioielli e soldi e si dirige in Inghilterra. L'avventura con Bellino, ha dell'inverosimile. In realtà si tratta d'Angiola Calori, che si spaccia per castrato, ma come sempre il "buon fiuto" del Casanova centra il bersaglio. Infine, per ordine d'importanza abbiamo M.M. figlia di un patrizio veneziano, nonostante è suora, ha una storia con l'ambasciatore di Francia de Bernis. E' lei che vuole conoscere Casanova, dopo averlo visto un giorno nella chiesa del convento, dove lui va a trovare Caterina Capretta, che è messa in convento dai genitori, perché rimasta incinta dopo una breve relazione con il Casanova. Con M.M. hanno inizio incontri insoliti, appuntamenti nei casini, come sempre tutto svanisce in una bolla di sapone.

All'età di cinquant'anni il Casanova si trova a percorrere le capitali d'Europa alla ricerca di un modesto impiego. Muore il 4 giugno del 1798.




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14 giugno 2008

CON I MIEI OCCHI

C’è una chiave segreta che giace nel profondo della nostra anima con la quale, se lo desideriamo ardentemente, possiamo aprire la porta del destino.” E’ il compito che ognuno può augurarsi di assolvere nella propria vita, come c’insegna questo libro di Romano Battaglia.

A tenerci per mano e a guidarci in questa storia incredibile è Margherita, la protagonista, una bambina di nove anni divenuta cieca dopo un’infezione virale. Per nove anni Margherita vive in un piccolo mondo fatto di silenzio e di semplicità. Per lei le gocce della pioggia sono come il battito del cuore, il vento di notte, una ninna nanna, l’alternarsi delle stagioni, un dono infinito. Fin da bambina Margherita ama la poesia e prende l’abitudine di annotare tutte le sue sensazioni sul diario, testimone del suo percorso dal giorno della malattia. Il diario è una specie d’equilibratore dei sentimenti e degli sfoghi di Margherita, un compagno silenzioso che ascolta, riceve confessioni e riflessioni, registra lo scorrere del tempo.

A diciotto anni Margherita riacquista la vista, grazie agli occhi donati da un uomo morto in un incidente stradale. Per la prima volta, dopo tanti anni, il buio si trasforma in tenui bagliori, le bende che le coprono gli occhi lasciano filtrare un pallido chiarore. Da questo momento inizia per lei una nuova vita fatta di magiche visioni, di percezioni, sente che c’è qualcuno che la segue per guidarla in un lungo viaggio oltre i confini del tempo. Chi è questa persona? Il primo pensiero cade sull’uomo che le ha permesso di riacquistare la vista. Margherita cerca più volte di immaginare il suo volto, ma intorno a sé, vede solo un’ombra in movimento e poi immagini, visioni vaghe e confuse: una lunga spiaggia, il mare con delle spumeggianti onde bianche, una distesa di verdi pinete e in lontananza, le montagne color viola. Sono allucinazioni dovute alla debolezza fisica, oppure si tratta di una realtà che per il momento non trova spiegazione?

E’ difficile credere a quello che accade a Margherita, perché appartiene ad una dimensione che non c’è familiare. La vita non è fatta solo di cose che vediamo intorno a noi: c’è una parte invisibile che si manifesta solo in certi momenti particolari, quando qualcuno da mondi lontani decide di darci una mano. In questo cammino Margherita ritrova la fede che ha perso da bambina e soprattutto la fiducia nell’umanità.

La sensazione che ho avvertito dalla lettura delle prime pagine, è di serenità, c’è molta poesia nel testo, la poesia che è necessaria alla vita, come l’aria che respiriamo. Romano Battaglia traduce e rivela con la poesia il suo mondo interiore, sollecitato dall’ispirazione; la natura, gli stati d’animo, sono osservati a lungo e con molta attenzione dallo scrittore che ammira, considera, esamina, medita: il suo è un continuo cercare per arrivare al raggiungimento di una pace interiore, che momentaneamente gli sfugge di mano. Questa poesia, filtrata nel racconto, suscita in chi la legge emozioni, desideri, pensieri diversi. A volte basta leggere per capire noi stessi e il mondo attraverso le parole di un altro.

Quando gli occhi non vedono, avviene qualcosa nel nostro cervello che ci permette di udire anche i più lievi rumori della vita che ci sta intorno. Mi è accaduto più volte, nei lunghi anni del mio buio, di avvertire le voci impercettibili della natura alle quali non avevo fatto mai caso. Un giorno appoggiai l’orecchio sopra la corteccia di un vecchio pioppo, lo abbracciai e rimasi in ascolto. Sentii la sua voce: all’inizio era fatta di tanti scricchiolii che, tutti assieme, formavano un lamento. Poi divenne più grave, sembrava quella di un vecchio saggio che mormorava preghiere. Rimasi a lungo ad ascoltare l’albero e scoprii un mondo che andava oltre l’ombra verde dei suoi rami. (estratto dalla Pag. 13 del libro)….

Il connubio tra racconto e poesia è omogeneo, bene amalgamato. Le immagini, i suoni, non risentono di statica ripetitività. Chi ha definito Romano Battaglia il primo autore “New Age” italiano, non ha esagerato.

“Amare significa cambiare se stessi per adattarsi alle esigenze degli altri, significa capire anche i silenzi di chi ci sta accanto. Chi non ha l’amore nel cuore, ha lo sguardo triste.”(Romano Battaglia).

                                                                      Recensione di FLux




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13 aprile 2008

ANNA CAPOCCIA

Per celebrare il centenario della nascita di Anna Magnani, (7 marzo 1908) sono state programmate molte iniziative. La proposta più importante si ha alla Casa del Cinema di Roma, dove per l’occasione sono proiettati alcuni film dell’attrice.

Sulla figura di Nannarella è stato scritto e detto di tutto. Le ultime curiosità, saranno pubblicate nel libro di Matilde Hochkofler che uscirà in edicola entro la fine dell’anno.

I capitolini sono molti amorevoli nei riguardi della Magnani, simbolo di una romanità pura, sagace, impertinente e sfrontata.

I personaggi che interpreta esprimono molto il suo carattere. In “Bellissima”, di Visconti veste il ruolo di una madre gioiosa e mordace, che sogna per la sua bambina una splendente carriera cinematografica. Il film le farà vincere il secondo Nastro d’Argento. Ma Anna è multiforme e in “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini la troviamo alle prese con un figlio adolescente e la necessità di riscattarsi da una vita di prostituta. Il finale è disperato, com’è stata la sua esistenza. Nella biografia conosciamo Anna dai sentimenti appassionanti, dalle ire incontenibili, capace di trasformare l’allegria di un istante in un inatteso attacco di tristezza.

Trova l’affetto materno nelle braccia della nonna: una donna minuta, ma molto importante per l’attrice, tanto che la definisce “straordinaria, un angelo, una forza, il fuoco, la dolcezza, il velluto”. Nel corso degli anni, la Magnani scopre che il padre è d’origine calabrese e fa di cognome Del Duce, ma si ferma nel fare le ricerche perché come ha sempre dichiarato, ”mica voglio passà per la figlia del Duce”. Studia pianoforte e frequenta solo il secondo anno di liceo. Dopo un anno di assenza da Roma, per raggiungere la madre ad Alessandria d’Egitto, ritorna nella capitale e si iscrive alla scuola di recitazione Eleonora Duse. Recita nell’avanspettacolo di Totò e si innamora di Paolo Stoppa, ma convola a nozze con Goffredo Alessandrini; è il 3 ottobre 1935.

Dopo numerose pellicole in cui interpreta parti di poco spessore, arriva l’occasione giusta e a proporgliela è Vittorio De Sica nel film “Teresa Venerdì”.

A regalarle un refolo di “vitalità” è l’attore Massimo Serato. La loro appassionata storia d’amore porta alla nascita di Luca, il suo unico bene.

Nannarella raggiunge la fama mondiale, vincendo il suo primo Nastro d’Argento con il film “Roma città ape

rta” di Roberto Rossellini. Nell’opera cinematografica è Sora Pina, e la scena più emozionante è contenuta in quei pochi minuti, quando Anna rincorre un camion tedesco che le sta portando via il marito, ed è uccisa a colpi di mitra dai nazisti. In questa corsa esasperata si riconosce la vera Anna Magnani. E’ una donna che grida il suo dolore, che rincorre qualcosa di irraggiungibile, con occhi divorati dalla rabbia, lucenti dalla disperazione. Le sue ciocche spettinate, sono l’emblema di una donna che non si cura di se stessa, le sue occhiaie peste, sono i segni di chi nella vita ne ha prese di stangate e le sue urla la disperazione di un’epoca storica. E’ Anna Magnani che cade, travolta dai colpi sferzanti del destino, ma capace di rialzarsi e riprendere il percorso. Oramai è una “stella perfetta” e con la consapevolezza di essere un’artista completa, cede alla seduzione di Hollywood. Con “La rosa tatuata” è la prima attrice italiana a vincere il premio Oscar.

Il figlio oggi la ricorda come una persona di una modernità incredibile, che non ha mai seguito le mode ed ha percorso i tempi. Passava per sguaiata ma era una donna che agiva alla luce del sole.

Noi vorremmo ricordarla allegra, con un’impronta di gioia riflessa nelle sue iridi e un sorriso piegato sulle sue labbra.

Una grande attrice, un mito della cinematografia italiana, che prima di andarsene in quel lontano 26 settembre 1973, ci ha salutato comparendo in pochi istanti nella pellicola ”Roma” di Fellini. In quei momenti è mostrata tutta la soggettività dell’attrice. Di notte una dolente Anna Magnani attraversa i vicoli della città. Risponde in maniera aleatoria alle domande del regista che la segue con la telecamera. Con una ferma eleganza, ridendo, si eclissa dietro un portone.

Così si conceda dal suo pubblico, con un’ultima e audace rappresentazione.




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7 marzo 2008

DA FOSCOLO A BEPPE GRILLO: "In morte del fratello Clemente"

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo                                   
di partito in partito, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto ,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i tetti di Ceppaloni saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanti voti oggi ti resta!
Gentil Clemente, almen le ossa rendi
allora al petto degli italiani mesti.
(Fonte: il blog di Beppe Grillo)

In morte del fratello Giovanni
di Ugo Foscolo

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.




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30 gennaio 2008

SE L'APE SCOMPARISSE DALLA FACCIA DELLA TERRA, ALL'UOMO NON RESTEREBBERO CHE QUATTRO ANNI DI VITA

 L'intuizione di Albert Einstein non è incoraggiante, la realtà è come si mostra. 

L'allarme lo lancia l'Agenzia per la protezione dell'ambiente e i servizi tecnici (Apat): nel 2007 l'Italia ha perso duecentomila alveari, con un danno stimato in 250 milioni di euro. Al Nord la moria delle api ha toccato il 50%. E le perdite si contano anche in Europa e negli Stati Uniti. Qui, in particolare, il Colony Collapse Disorder, il tremendo fenomeno dello spopolamento, ha raggiunto punte del 70%. «I cambiamenti climatici, l'inasprimento delle infezioni da virus e l'inquinamento da fitofarmaci sono gli imputati principali», risponde Francesco Panella, presidente dell'Unione apicoltori (Unaapi). «L'ape è un bioindicatore, ai primi sintomi che qualcosa non va muore», aggiunge Isidoro Furlan, del Corpo forestale dello Stato. E infatti il ministro dell'Ambiente parla di allarme «che riguarda l'agricoltura, ma anche l'equilibrio del nostro ecosistema, e conferma tutte le preoccupazioni emerse dalla Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici di settembre». 

Leggi api e pensi miele. Ingenerosamente. Perché queste piccole operaie dorate concorrono in maniera determinante nella produzione di pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, ciliegie, cocomeri, zucchine, pomodori, soia, colza. Per non parlare del contributo che danno alla filiera della carne, impollinando i prati di erba medica e trifoglio destinati agli animali da allevamento. Oggi, però, leggi api e pensi estinzione.
(Fonte:www.corriere.it)




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27 gennaio 2008

LA MUNNEZZA A NAPOLI E' ORO

Grosso modo possiamo indicare tre aree di responsabilitá diretta in tutto questo disastro che oggi preoccupa il nostro Paese.

"La munnezza è oro", diceva il collaboratore di giustizia, l'ex camorrista Nunzio Perrella, agli inizi degli anni '90. Lo diceva 20 anni fa e nessun fece niente. E' qui il primo responsabile: la mafia, che da queste parti si chiama Camorra.'O Sistema', come anche la si chiama, guadagna con il business dei rifiuti circa un miliardo di euro l'anno, tra fondi statali ed europei che riesce ad intercettare e il servizio di smaltimento dei rifiuti che offre. Un affare completo che serve un po' a tutti. Un esempio su tutti: se lo smaltimento dei rifiuti tossici - i piú pericolosi - costa tra i 20 e i 60 centesimi al chilo, la Camorra é capace di offrire il medesimo servizio a soli 10 centesimi. Come? Interrando.

La Campania oggi é la piú grande discarica europea e conserva sottoterra una quantitá tale di rifiuti che tirarla fuori dagli improvvisati depositi permetterebbe di formare una montagna alta 14 km su una base di tre ettari. Rifiuti, la cui maggior parte sono generati dalla produzione industriale del nord Italia e dei paesi europei.

Abbiamo qui il secondo grande responsabile di questa situazione: l'industria e, in generale, un sistema produttivo incapace di generare beni senza contaminare (si calcola che l'81% dei rifiuti europei sono di origine industriale). Il silenzio degli industriali italiani in questi giorni attribuisce una precisa responsabilitá a coloro che per decenni hanno accettato forme piú snelle di risolvere i problemi dei rifiuti...e oggi si girano dall'altra parte (magari cercando altri luoghi dove interrare rifiuti). Il tutto con l'assenza di coloro che governano la regione ed il paese.

Ed ecco il terzo colpevole: la politica. Parlavamo di assenza, ma forse è corretto dire colpa. Perché il silenzio e il beneplacito della classe politica locale e nazionale puzzano piú che l'olezzo che oggi aleggia su Napoli. Due amministrazioni locali di centrosinistra non sono state capaci di affrontare il problema, nonostante gli enormi investimenti realizzati dal Governo italiano e dall'Unione Europea. La presenza di un commissario straordinario non ha potuto risolvere il problema. Corruzione e collusione sono i due termini che oggi si associano ai politici di mezzo paese che hanno provato, secondo loro, a risolvere la questione.

Oggi la crisi esplode ancora. Di nuovo la rabbia di centinaia di migliaia di cittadini esplode nelle strade di Napoli. Il rimedio trovato dall'attuale governo - aprire nuovamente la vecchia discarica di Pianura, nella periferia della cittá - non piace alla popolazione. La gente vuole soluzioni integrali, non paliativi. E mentre organizza le proteste, blocca le strade, impedisce il lavoro nei pubblici uffici, sequestra autobus, si scaglia contro il governo, costruisce reti di mutuo soccorso che si impegnano nella raccolta differenziata e nel riciclaggio, Romano Prodi, primo ministro italiano, chiama alla calma e promette una "soluzione definitiva". Quale? Aprire altre discariche ed impulsare inceneritori di ultima generazione. E se la popolazione non vuole la discarica di Pianura, come sta dimostrando in questi giorni con i blocchi, il governo manda la polizia e non scarta la possibilitá di inviare l'esercito (richiesto a gran voce dalla destra). Come giá dimostrato troppe volte, anche qui il governo non ascolta l'opinione pubblica e manda specialisti foranei protetti dalle truppe.

La gente intanto resiste e si organizza. Perché qui non si tratta di interrare altri rifiuti, piuttosto di interrogare una societá e un modello di produzione e di consumo che si reggono sullo slogan "usa e getta", che forse appartiene ad altri tempi, quelli della societá di consumo. Oggi la societá é cambiata e la gente di Napoli, che da sempre ha potuto trovare lavoro e reddito quasi solo nelle file della Camorra, sa che oggi viviamo nella societá della precarietá e da questa si esce solo organizzandosi per conto proprio. 11 gennaio 2008 - Matteo Dean (traduzione dell’articolo pubblicato su La Jornada)




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23 dicembre 2007

E' NATALE

La città si veste a festa, luci scintillanti
inseguono i passanti per le umide vie.

Piccoli passi risuonano affrettati
sull'asfalto ghiaioso, confondendosi
con il fastidioso trambusto della metropoli.

Lingue leggere e fuggenti di neve,
scendono placidamente e come un
turbine avvolgono gli animi della gente.

E' Natale.....

Una gelida manina chiede qualche
spicciolo senza ricevere l'elemosina di
un sorriso e tra le case tutte
addobbate e ce n'è una silenziosa, dove
un cuore straziato sta piangendo un
immane dolore.




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15 dicembre 2007

Dove finisce la spazzatura elettronica?

Cina, Nigeria, India: ecco la destinazione dei Pc che gli americani credono di «riciclare»
GUIYU (Cina) – In Cina, ogni anno, viene prodotto oltre un milione di tonnellate di rifiuti tecnologici. Per la maggior parte provengono dall’occidente, ma sta crescendo anche una produzione casalinga. A Guiyu, provincia cinese di Quandong, l’industria della spazzatura elettronica impiega circa 150 mila persone, che lavorano in condizioni sanitarie e ambientali disastrose per recuperare i materiali più pregiati dalle apparecchiature elettroniche. La cosiddetta industria dell’e-waste (spazzatura elettronica) viene alimentata soprattutto dall’evoluta America, i cui consumatori credono di aiutare il pianeta quando in realtà spesso contribuiscono, ignari, al business del commercio dei rifiuti tecnologici. La denuncia è dell’ong Basel Action Network, che già anni fa aveva diffuso un rapporto inquietante sui rifiuti hi-tech Usa che vengono spediti via nave verso altre destinazioni. Del resto, come spiega Kenneth Chan dell’Environmental Protection Department di Hong Kong, è impossibile fermare e controllare ogni singolo container importato da Hong Kong.

NON SOLO CINA – Ma in generale il tema non chiama in causa solo la Cina, bensì molte economie in via di sviluppo: i Paesi ricchi stanno letteralmente inondando di spazzatura hi-tech i paesi del Terzo Mondo. Anziché impegnarsi nel riciclo e nello smaltimento, le nazioni industrializzate scaricano verso i Paesi poveri la responsabilità dello smaltimento. Computer, telefonini e televisioni che finiscono in discariche a cielo aperto o vengono bruciati, liberando sostanze molto tossiche per l’ambiente. Oltre alla Cina, il porto nigeriano di Lagos è uno dei più colpiti. Ma anche molte località indiane e africane.

MATERIALI TOSSICI – Gli attivisti stimano, per l’esattezza, che una percentuale che va dal 50 all’80 per cento delle 300-400 mila tonnellate di rifiuti elettronici prodotti finisca in Paesi privi di normative adeguate a questo proposito, alimentando un business pericoloso e immorale. Le sostanze più nocive contenute nella spazzatura elettronica sono il piombo e l’arsenio per i tubi catodici, il selenio e il cadmio. In generale per costruire un Pc sono necessarie sostanze tossiche in una quantità pari a dieci volte il suo peso. Come ha dichiarato Jim Puckett, della Basel Action Network, «stiamo preservando il nostro ambiente a spese del resto del mondo».

Emanuela Di Pasqua
da CORRIERE DELLA SERA.IT




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14 dicembre 2007

FUORI DAL TUNNEL DEL DIVERTIMENTO

Com’e lontano quel tempo quando le partite si giocavano solo di domenica. Quando non c’era Sky, e la propria squadra si vedeva dal campo sportivo, oppure sì ci lasciava travolgere dalle radiocronache di Pizzul, Ciotti e Martellini. E si aspettavano le 18.00 per seguire 90° Minuto e guardare finalmente i gol che per tutta la giornata accompagnavano le discussioni tra amici, nei giardinetti, nei bar. Ricordo con nostalgia il fine settimana che si andava allo stadio. Si partiva con la Simca azzurra metallizzata, direzione Olimpico. Si entrava allo stadio alle 10.00, la partita si giocava alle 14.30, non esistevano i posti numerati e nemmeno i tornelli, ma c’erano tanti genitori a seguito di bambini d’ogni età. Ho smesso di andare allo stadio nel dicembre del 1985, quando vedere giocare la mia squadra stava diventando un rischio. Forse perché davanti agli occhi mi si mostrava ancora la tragedia di Heysel. Impossibile dimenticare. Giocava Juventus-Liverpool. Il settore Z dello stadio destinato agli juventini era a stretto contatto con la tifoseria britannica, un errore grossolano, visto lo spirito guerriero e combattivo degli holigans. Gli inglesi avvalendosi della completa assenza dell’ordine pubblico, caricarono i supporters bianconeri che per difendersi si raccolsero contro il parapetto di quel settore. Un cedimento strutturale fece precipitare nel vuoto decine di persone. E pensare che doveva essere una serata all’insegna dello svago e del divertimento, invece il bilancio fu di 39 morti. Sono trascorsi ventidue anni, e la storia si ripete, ogni domenica, ad ogni incontro sportivo. In questi tempi di fermentazione terroristica, nemmeno in Iraq, in una giornata “tranquilla”, si contano così tanti contusi come a volte accade nelle dispute calcistiche. L’ultimo evento infausto è di qualche mese fa, con la morte fortuita di un tifoso laziale. Si parla di calcio malato, di sistema sofferente, ma sono pochi ad avere il coraggio di ammettere che dietro queste guerriglie organizzate c’è irrequietezza esistenziale, che basta una scintilla per sviluppare un incendio senza ripiego. Le reazioni dispotiche e facinorose degli ultras, non hanno nulla a che vedere con il pallone giocato. Dopo la morte dell’ispettore Raciti, e il pacchetto di misure anti violenza varate dal governo all’indomani della disgrazia, si pensava che oramai tutto il putrido calcistico lo avremmo lasciato alle spalle, e si poteva ritornare agli stadi con la consapevolezza che guardare uomini rincorrere una palla, doveva solo che allietare una giornata di ordinario passatempo, invece ci si ritrova di nuovo a discutere di risse, atti di vandalismo, attacchi alle forze dell’ordine. La stampa estera attacca l’Italia definendola “violenta”, ma loro, meglio di noi sanno che nel Bel Paese le leggi non sono applicate e si fatica ad imitare il modello inglese, dove il governo ha concesso pieni poteri alla polizia, e la possibilità di ritirare il passaporto ad un elemento sospetto cinque giorni prima di un incontro internazionale che veda protagonista la squadra inglese. La pena per chi è riconosciuto colpevole non è leggera, si rischia dai cinque ai sei anni di carcere. E’ difficile considerare tifoso un soggetto che si presenta allo stadio armato di coltello, ma ancora più sconcertante pensare a gruppi di rivoluzionari che magnificano cori offensivi contro gli avversari, che fanno gesti irriverenti contro gli arbitri, che mostrano striscioni razzisti. Se in Inghilterra i tabloit sono pronti a mettere alla gogna i violenti, in Italia la morte di Gabriele Sandri è servita ad alimentare una incontrastata battaglia tra tifosi e polizia, ma Gabriele da tifoso laziale avrebbe davvero voluto tutto questo?




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20 novembre 2007

LA VITA INDIRETTA

 Sta per concludersi la quinta edizione dell’Isola dei Famosi, il reality show targato Rai2, dove guardarsi le spalle è più importante che mangiare. Perché a quanto pare la fame si combatte in diversi modi, ma quello che minaccia la sopravvivenza d’ogni naufrago è il rapporto relazionale. E’ possibile che in un millennio dove dilagano i mezzi di comunicazione, è così complicato rapportarsi con gli altri? Ma soprattutto perché l’individuo cerca visibilità? La televisione è davvero il surrogato della vita reale?

Da decenni i programmi televisivi si fanno promotori d’impressioni improvvise e violente, di storie atroci e crudeli, dove il sentimento di dolore e di compassione sono mostrati in tutta la loro pietà. Oramai non disponiamo solo di un elettrodomestico, ma di un vero mezzo di comunicazione di massa polivalente. Un uso sconsigliato provoca effetti collaterali, la più terribile conseguenza di sovradosaggio d'immagine resta l'indifferenza. E', il caso d'attenuare il nascere di nuovi formati, come il talk show, che all'interno di uno stesso contenitore, si mescola informazione, discussione, risate e drammaticità, in un mixer dal sapore agro-dolce. A volte durante una maratona televisiva, il telespettatore assiste ad una vicenda documentata in diretta, narrata con i modi della fiction e come ogni film drammatico che si rispetti, il finale è da patos. Ma qual è oggi il rapporto tra informazione e spettacolo? Il muro di confine che un tempo separava i due format è caduto.

La morte è parte del tessuto catodico; basta ricordare, il crollo delle torri gemelle, l'attentato al Papa, il conflitto iracheno, il terremoto in Molise, lo tsunami, la morte di Giovanni Paolo II. Più frequente è l'uso di persone che litigano in diretta, esibendo uno spaccato di quotidianità “reale”, quando è pura finzione. Oppure programmi, che espongono casi dolorosi veri, ma resi irreali dall'invadenza delle telecamere. La cronaca assume tutti i connotati di un racconto con l'uso spropositato dei sentimenti e dei pensieri. La telecamera arriva a catturare una perfetta evidenza rappresentativa. Lo sguardo è incapace di penetrare gli angoli nascosti dell'animo umano con tanta acutezza, come l'obiettivo della macchina da presa. La televisione gioca su quest'esercizio di rappresentazione e lo scopo dei media è di abituare la nostra mente a conformare gli avvenimenti, con contorni chiari e definitivi. Ma la pioggia indiscriminata di notizie che invadono giornalmente l'etere, spinge l'individuo all'apatia. A volte nauseato dal continuo bombardamento il telespettatore non è più in grado di dare una propria interpretazione alle informazioni, si limita ad accettarle così come le comprende, oppure le respinge privo di senso critico. Oggi si punta il dito sulla televisione accusata di spettacolarizzare il dolore. I mezzi d'informazione ci hanno abituato ai disastri, alle tragedie, ai massacri, agli omicidi a tal punto che guardiamo le vicende con la totale indifferenza. E quando ci soffermiamo a riflettere sul numero dei morti, perché alla fine è la perdita di vite umane a fare notizia, alziamo le spalle, perché il problema non ci riguarda direttamente, e in ogni modo non siamo in grado di intervenire. Nella cronaca recente basta ricordare il caso Onofri, la morte di Tommy, gli interrogativi di una storia ancora in discussione. Da mesi la vicenda è contesa in programmi televisivi. Non mancano interviste speciali, ricostruzioni virtuali dell'omicidio, curiosità, un amalgama di notizie fermentate dall'immaginario collettivo. Il proposito è da sempre lo stesso, aumentare la curiosità del pubblico con dichiarazioni clamorose, e furtivamente trascinare qualche spettatore in più da un canale all'altro, per la soddisfazione di pubblicitari e dirigenti di rete. Forse è il caso di ritornare al vecchio palinsesto televisivo, quando ad ogni giorno era accostato un programma. Si aspettava il carosello per mandare i bambini a dormire e il sabato sera, per ridere con il varietà in bianco e nero di Mina, Carrà e Corrado.

                                                                                    Articolo di FabiLux




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17 novembre 2007

DOLCE E AMABILE

                                                  L’effluvio arabico viaggia sospeso

in aria e profondo apre l’aurora.

Superbo sfiora il mio corpo e

con dolce singulto rapisce

ogni il mio senso.

Con abituale passione affondo

nel suo immenso abbraccio.

Le mie papille si dissetano

del suo aroma forte che

penetra nella carne.

Sento che sta venendo,

lo ascolto tra respiri e ansiti

chiudo gli occhi e mi rotolo

nel letto ormai spoglio di me.

Vado incontro al suo sussulto,

è solamente il soffio acuto

di un istante, quanto basta

per morire sulle mie

labbra, esplorare la mia

bocca e conquistare ogni mia

cavità interna.

Non potrò mai fare a meno di te:

Dolce e Amabile Tazzina

di Caffè.

                                                  8° Classificata al Concorso di  Poesia
                                                           Rossigno Vecchia 2007 




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1 novembre 2007

RUGANTINO: "er duro, nato 'nsto piccolo castelluccio e cresciuto a forza de sventole"

Il bullo di quartiere nasce dalla penna di Odoardo Zuccai il 13 settembre 1848, che lo presenta sul primo numero di un foglio satirico.

La caratteristica di Rugantino è l’arroganza, qualità che nessuna donna ai nostri giorni vorrebbe trovare in un uomo; ma nella Roma papalina dell’800, è un aspetto peculiare di seduzione, tanto che la bella Rosetta se ne innamora.

Rugantino è un torrente di parole, un pallone gonfiato e un contafrottole. La sua esistenza si regge su espedienti che gli permettono di vivere alla giornata, senza abbassarsi a nessuna fatica.

L’avvenimento principale per la trama è un impegno che Rugantino prende con i suoi compagni d’osteria: sedurre la bella Rosetta moglie del gelosissimo Gnecco. In poco tempo il “trasteverino” s’innamora della donna e corrisposto nei sentimenti. Decide però di non raccontare nulla ai suoi amici, perdendo il cuore di Rosetta, nel momento in cui lei si accorge che il suo amato non è stato in grado di mantenere la parola. Pur di riconquistarla Rugantino si accusa dell’omicidio di Gnecco, trovato morto e ucciso da un’altra persona, e di nuovo Rosetta gli promette eterno amore. A questo punto Rugantino non può tornare indietro ed è giustiziato mostrando a tutti di essere un “vero omo”.

Ogni anno, Rugantino torna in scena; e a 45 anni dalla sua nascita, (per opera di Garinei e Giovannini), conserva ancora la sua grazia, le sue emotività, il suo umorismo. E’ la commedia musicale italiana più popolare e più apprezzata. Il teatro Sistina di Roma lo ha tenuto a battesimo, il 15 dicembre 1962. L’anno successivo debutta al Teatro Mark Hellinger di New York ed è subito un grande successo. Molti bravi attori si sono alternati nella rappresentazione del “coatto di periferia”, da Nino Manfredi ad Enrico Montesano, da Valerio Mastrandrea a Michele La Ginestra. Il ruolo di Rosetta trova volti noti e di prestigio da Lea Massari ad Ornella Vanoni, da Sabrina Ferilli ad Alida Chelli. L’interpretazione peggiore è quella d’Adriano Celentano. Il ragazzo della Via Gluck non convince, se raffrontato con il carisma e la tinta popolare dell’indimenticabile Manfredi.

Rugantino ti prende per mano e ti conduce in un luogo d’altri tempi. Si abbandona il palco solo quando con l’ultima battuta gli attori si dileguano e lo spettatore ritorna nella sua dimensione. Fortissime sono le emozioni: si ride, si piange, si canta, seguendo le note di “Roma nun fa la stupida sta sera”, colonna portante del musical. Energico e diretto è il carattere narrativo. Se si buttassero a caso i colori più belli del creato, Rugantino riuscirebbe a rallegrare la vista di chiunque, anche se fosse ritratto su un foglio bianco.






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21 ottobre 2007

LADY BARBARA

Il forte vento esploso all’improvviso respinse la Saint Claire per due volte indietro. Iniziava il quarantesimo giorno di navigazione diretto in Malesia, e niente, in questo giorno si differenziava dagli altri. Annotavo minuziosamente i miei pensieri sul diario; intingevo la penna nella boccetta dell’inchiostro, sistematicamente, riversavo sulle pagine bianche le mie impressioni, le mie gioie, i miei dubbi, le mie paure. Era un modo come un altro per esorcizzare i timori del lungo viaggio. Le vele raccoglievano la forza del vento, e trasmettevano alla nave impulso e movimento. L’albero traversale, quello che sporgeva fuori della prua e reggeva la velatura, sembrava sospeso tra cielo e mare, si alzava e si rituffava nell’acqua con pesante regolarità. Via via che la nave si avvicinava alla costa, vedevo imponenti scogliere emergere minacciose dalle acque, dolci pendii che sovrastavano le formidabili pareti di roccia, ricoperte da un lussureggiante manto di vegetazione spontanea, in contrasto con l’azzurro irreale del mare. Mia cugina, nelle sue lettere mi raccontava di come fosse bella la Malesia, soprattutto di quanto fosse meravigliosa Mompracem, la terra che per anni l’aveva ospitata. Povera Marianna, abituata a bere il the in raffinate tazze di porcellana, si era trasferita in una giungla infestata d’insetti e animali feroci, stordita dai suoni primitivi di tamburi, flauti e cembali; ma là aveva conosciuto l’amore; un amore troppo presto e troppo ingiustamente spezzato. Un amore cancellato dal tempo, ma non dal cuore. Le sue lettere anche se lette molte volte, non smettevano di appassionarmi: i pesci chiaramente distinguibili sotto il pelo dell’acqua, il vento che sferzava il suo volto abbronzato, i suoi capelli, sotto i raggi del sole che baluginavano riflessi biondi naturali. Era così minuziosa Marianna nel descrivermi le sue giornate, a volte mi bastava chiudere gli occhi per ripercorrere con la mente ogni attimo della sua vita. “Buonanotte dolce principessa… le schiere d’angeli ti conducano cantando al tuo riposo.”
All’improvviso un grido attraversò le mie orecchie e fece correre un brivido di terrore per tutta la nave.

- “Nave pirata a tribordo”.

All’esterno tutta la nave risuonava di grida, era un susseguirsi d’urla rabbiose, immolate di paura, che si protraevano fino alle stive. La porta della cabina si spalancò di colpo. La magra figura di Sir Williams si stagliò davanti al mio sguardo pietrificato.

- Milady, siamo stati attacchi dai pirati, devo portarvi al sicuro, nella stiva delle gomene.

Continuai a bere in silenzio il the, mentre il sole che tramontava tingeva di rosso il cielo.

- La stiva delle gomene, una nobile donna inglese come me, rinchiusa in una stiva?

- Milady, devo rendervi salva la vita, per la vostra famiglia e per il vostro fidanzato.

Ebbi un sussulto, picchiai con violenza il tacco della scarpa sul pavimento, poi con un lampo d’orgoglio rimproverai aspramente Sir Williams esponendo le mie ragioni:

- Che differenza volete che faccia una cannonata presa nella cabina, oppure nella stiva… mi dispiace ma resterò qui, non ho nessun’intenzione di finire tra botti di rum e topi in fuga.

Mi rendevo conto che tutto stava succedendo troppo in fretta. Bevevo il the a piccoli sorsi, riempiendomi i polmoni dell’odore salmastro del mare. Sir Williams tirò su un sospiro di rassegnazione, fece un inchino, mi salutò e lasciò la cabina. Appena la porta fu chiusa, premetti con forza la cassapanca, la spinsi contro la parete. Ci salì e, dalla piccola finestra affacciata sul mare, guardavo quanto succedeva. La Saint Claire aveva aperto i portelloni e puntava le bocche dei cannoni verso la nave pirata, dove a duecento braccia, lasciava sventolare una bandiera rossa, al centro della quale campeggiava una testa di tigre.

- Sono davvero dei pirati.

Un gran fragore attraversò la nave da poppa a prua, sollevandola. Una nuvola di fumo si perdeva, si stracciava lenta nell’aria inquinata di sangue. La prima bordata inglese, mancò il vascello pirata. Dalla finestra vedevo la mole del brigantino nemico ingigantirsi, fino a sembrare un’enorme muraglia e, nell’estremo superiore della prua, come polena, la gola spalancata di una tigre sembrava avventarsi sulle onde. Presa da una sorte d’orribile malia, vidi spuntare, delle teste arruffate. Seguì un urto devastante, le due navi erano entrate in collisione. Furono lanciati dei rampini e l’abbordaggio ebbe inizio… Il soffitto vibrava di rumori d’armi, continui urti e cadute. La porta della cabina si spalancò per la seconda volta e il volto di Sir Williams, era più pallido del solito.

- Milady seguitemi, vi porto in salvo.

- Ho la più totale fiducia dei nostri uomini Sir Williams, poi la flotta inglese non è forse la migliore del mondo?

- Naturalmente Milady... non temete in meno di un’ora vedrete, la testa di questi pirati, sospese nell’aria.

Nemmeno finì di pronunciare l’ultima parola, che davanti ai nostri occhi una gamba era entrata dalla finestra, seguita da un corpo mutilato che scivolando cadde nella cabina. Ebbi il tempo di vedere che il corpo era senza testa, lo spettacolo fu così impressionante, che soffocai l’urto in fondo alla gola, di rimando, portai le mani in faccia, nascondendo alla vista quell’atroce esecuzione. In quel momento la cabina cominciò a tremare sotto dei colpi ripetuti. Colpi che non lasciavano dubbi: i pirati usando un’ascia stavano facendo saltare la porta. Sir Williams, con un balzo andò a nascondersi in fondo alla cabina, dietro al tavolo; io rimasi al centro della stanza, mentre la porta saltava in aria in mille pezzi. Un’ombra possente penetrò nella stanza facendo irruzione con in mano una scintillante spada affilata. Dalle labbra di Sir Williams, fuggiva di tanto in tanto un lamento, raggomitolato contro la parete guardava con occhi stizziti di paura, sembrava un sorcio preso in trappola. Il pirata fece roteare la sua lama davanti ai miei occhi, mi sfiorò il viso, con sguardo sdegnato e furioso. Lo guardavo non riuscendo ad impedirmi di ammirarne l’eleganza e il portamento. La stupenda casacca di velluto rosso, i pantaloni di seta verde, gli stivali di cuoio rosso, la scimitarra con l’impugnatura d’oro, tutte queste cose mi affascinavano, ma c’era oltre l’abbigliamento, il fascino selvaggio che da quell’uomo promanava; ed era qualcosa di molto composito in cui non mi rendevo conto e che non potevo analizzare. Tuttavia ne subivo il fascino. Afferrai la spada sul tavolo.

- Andiamo pirata, vediamo se siete bravo anche come spadaccino!

- Mano alla sciabola Sir e che vinca il migliore.

Il pirata era un ottimo schermitore: alto, magro, agile; la spada gli guizzava fra le mani, veloce, luminosa, girava vorticosa davanti al mio sguardo attonito; si nascondeva sul fianco, e di nuovo vibrava la sua lama attorno alle mie vesti. Dopo alcuni istanti, il pirata indietreggiò di un passo, e si rimise in guardia come per vedere con chi avesse a che fare. Restammo immobili per qualche minuto, il tempo necessario per guardarci negli occhi e vedere scolpito sul suo viso un sorriso sornione, in contrasto con l’odio che in me permeava. Ritirai la mia spada facendola strisciare lenta su quella dell’avversario. Un fremito improvviso si mosse su tutto il mio corpo, con la rapidità di un lampo, arretrai; vidi un lembo della camicia pendere, nella carne nuda, la punta rossa di sangue.

- Milady! Gridò Sir Williams

- Non è nulla! - risposi - è solo un graffio.

Il ferro aveva fatto la sua parte, aveva portato via quello che nell’impatto aveva incontrato; una striscia di carne e un drappo di stoffa. Tornammo a colpirci con le spade, e il pirata era lontano dal credere di avere di fronte una donna. I capelli l’avevo raccolti in una coda, indossavo abiti maschili, avevo un carattere forte, nobile, generoso, tipico di un maschio. Fin da bambina mio padre m’insegnò a tirar di scherma, perché potessi difendermi da qualsiasi pericolo, intimandomi però di non cercare mai vendetta cruenta. Il predone di mare, m’assaliva con la furia di chi sa d’avere a che fare con un temibile avversario, sente di dover uccidere per non essere ucciso. Ad un tratto una striscia di luce attraversò il mio sguardo, saltai indietro, abbandonai la guardia, barcollai e caddi in ginocchio sul pavimento. La lama brillante del pirata si posò sul mio cuore.

- No… Milady… no…

Il sudore scendeva leggero dalla mia fronte, vidi il corpo di Sir Williams, gettarsi sul mio, come se volesse farmi da scudo.

- Uccidete me, ma lasciate in vita Lady Barbara!

Non so cosa accadde dopo, ricordo solo che qualcuno mi prese tra le sue braccia e mentre mi portava sulla nave dei pirati, vedevo la Saint Claire inabissarsi nelle onde, come un mostro mitologico. Le ultime fiamme divorarono le vele bianche, tutto restava sospeso sul filo dell’acqua, poi agognante scomparve definitivamente. Il vento trascinò via l’ultimo frammento di calore, accarezzando la bandiera rossa del brigantino pirata. Tutti i miei uomini erano morti, qualcuno annegato in mare, altri trucidati dalla furia dei pirati. Gli unici sopravvissuti eravamo io e Sir Williams. Sottocoperta c’era un ciccione che puzzava di pesce appena pescato, che, seduto dormiva gaiamente.

- Benvenuta a bordo Milady

Riuscì appena ad alzare la testa dal cuscino, una fitta lungo la spalla mi ritrasse all’indietro. Conoscevo quella voce, era quella del pirata che mi sfidò a duello; la dolcezza delle sue labbra, la sua voce profonda, avrebbero di sicuro colorato di rosa i miei sogni.

- Mi chiamo Barbara… figlia di Lord Brooke… Vi dice qualcosa questo nome avventuriero?

Una leggera brezza entrava dalla finestra senza vetri. Nonostante la mia difficoltà nel dialogare, riuscivo a leggere negli atteggiamenti del pirata un gran senso di pietà nei miei confronti, misto a meraviglia per qualcosa.

- Vostro padre una volta mi fece bere dello yuma, una bevanda a base d’upa, dingo fruticans e sangue di babirussa… è un segreto dei dajacchi… una dose sbagliata può uccidere, oppure portare alla pazzia, ma lui è stato così scaltro ed intelligente, da farmi bere la dose giusta, per indurmi a rivelare i miei segreti.

La sua pelle era liscia, il volto ben rasato, il mento poggiava sulle robuste mani incrociate.

- Siete un seguace della Tigre della Malesia?

Stava per rispondermi, quando un tigrotto entrò nella cabina senza annunciarsi.

- Yanez gli uomini vogliono parlarti, ti aspettano sul ponte.

L’equipaggio si serrò intorno al loro capitano, portavano ancora le tracce del combattimento: macchie di sangue sulle camicie, ferite da curare, fatica e rancore sui tratti selvaggi del viso.

- Capitano consegnaci i prigionieri… ci pensiamo noi a sistemarli!

Si misero a gridare insieme, proponevano come schema d’esecuzione una corda saldata al collo. Le grida raggiungevano impavide la mia stanza, mostravo indifferenza e coraggio, ma avevo paura. La mia vita e quella di Sir Williams era legata ad un filo.

- Non torcerete un capello ai prigionieri.

Un improvviso silenzio pervase gli animi dei tigrotti. Le ferite erano ancora vive e, la delusione di un magro bottino, era cocente. La battaglia era stata dura, dieci di loro erano morti in combattimento, altri avrebbero subito delle amputazioni, altri sarebbero morti di cancrena. Non avevano ottenuto niente, solo due prigionieri… e su di noi volevano sfogare tutta l’ira.

- Se non vuoi darci la donna, almeno dacci Sir Williams… lo appenderemo all’albero maestro.

- “Basta, i prigionieri non si toccano”, tuonò Yanez. Il bottino non è in fondo al mare è sulla nostra nave… sapete chi è la signorina…

I suoi uomini lo guardavano senza capire. Una risata ironica uscì dalla bocca del capitano.

- E’ la figlia di Lord Brooke… sapete la sua famiglia quant’è disposta a sborsare per riabbracciare la dolce ragazza, completa di cane da guardia?

Una selva di braccia si alzò sul ponte della nave. Erano tutti concordi con il loro capitano. Quella sera il rum scivolò nelle gole arse dei pirati come un fiume in piena. Fischi, urla, canti si protrassero fino alle prime luci del giorno, quando la stanchezza e i fumi dell’alcool, fece collassare tutto l’equipaggio in un sonno catalettico.

La mattina dopo trovai Yanez sul ponte, che masticava tabacco, una buona pipata era un lusso che i pirati potevano permettersi solo a terra, poiché le navi in legno prendevano fuoco facilmente.

- Buongiorno Milady dormito bene?

I suoi occhi scivolarono velocemente sul mio corpo, fino alle caviglie che i pantaloni tirati su scopriva.

- Come avete conosciuto Sandokan?

- Avevo avuto un passaggio da una nave che trasportava merci. In quell’occasione fu attaccata dai pirati malesi. Ci fu un arrembaggio. Ad un tratto vidi il capitano portoghese puntare la pistola contro la schiena del capo dei pirati… Avevo la pallottola in canna… in quell’istante ho avuto nelle mie mani la vita di due uomini… alla fine ho scelto… ho premuto il grilletto sul capitano portoghese. Il pirata era Sandokan… da quel giorno la mia vita è la sua.

Yanez si chinò davanti a me sfiorandomi le dita con un bacio.

- Permettetemi di farvi vedere il vostro nuovo alloggiamento.

Lo guardai a lungo, senza lasciarmi turbare dal suo sguardo carezzevole. Alcuni tigrotti si davano del gomito ridendo. Nessuno notò la fiamma di luce che si rispecchiava negli occhi di Yanez, forse perché un’espressione del genere sul volto del loro capitano non s’era mai vista.

Fui rinchiusa insieme a Sir Williams, in una cabina sotto coperta. Qualche giorno dopo la nave fece scalo a Mancara e un messaggero partì con la richiesta di riscatto. Per giorni navigammo uno accanto all’altro, in una nave maleodorante e fatiscente. Mi accorsi stando accanto ai pirati, che la loro vita era sospesa sul mare, legata ad un filo di lama, dove tutto si bruciava e si consumava in pochi istanti, a volte una vita umana valeva un colpo di pistola. La mia famiglia pagò il riscatto, ma non ritornai mai in Inghilterra. Ancora oggi quando il sole tramonta, e sulla foresta tropicale, cala fulmineo il buio della notte, me ne sto sulla veranda ad ammirare il paesaggio. Molti animali si preparano al riposo notturno e si affrettano a rientrare nella tana prima che cominci la caccia dei predatori notturni. Nella foresta tutto sembra per un istante fermarsi, quasi in paurosa attesa. Una temibile forma scura scivola furtiva lungo un sentiero; l’animale avanza senza fare alcun rumore; le sue poderose zampe si appoggiano sul terreno con la leggerezza di un fuscello. Inaspettatamente si ferma, immobile; alza la testa come per sentire meglio, poi si appiattisce contro il suolo. Poco dopo altri animali attraversano il sentiero; sono erbivori che vanno a bere nello stagno vicino. Ne passa uno, un secondo, un terzo. Ad un tratto la terra sembra tremare; la forma appiattita al suolo è balzata come un baleno sulla disgraziata vittima; una zampata micidiale le spezza la spina dorsale: è una tigre!

FINE

Concorso: I edizione “Le storie del capitano”

Dal sito www.emiliosalgari.it

II° Classificata

Premio: Libro di Emilio Salgari... "La tigre di Mompracem"

 




permalink | inviato da fabilux il 21/10/2007 alle 18:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

19 ottobre 2007

TELEVISIONE GENERALISTA OPPURE MONOPOLIO VISIVO?

A volte guardando il piccolo schermo mi viene di pensare se a fare televisione siano sempre le stesse persone. E’ possibile che in un Paese dove la massima aspirazione per un adolescente è posare davanti ad un obiettivo, ci si trovi, all’inizio d’ogni stagione televisiva con le solite facce che transitano dalla rete privata a quella pubblica? Come si spiega la bulimia e l’anoressia catodica di molti personaggi televisivi? Molti di loro si vedono su tutti i canali, in qualsiasi occasione, in tutte le ore del giorno, poi non si sa più niente, per offrirsi al pubblico protagonisti di un reality ed esorcizzare il pensiero di chi li credeva nel frattempo deceduti. Se i palinsesti continuano ad essere gli stessi, è normale che a lavorare siano sempre le stesse persone. La televisione soffre di scarsa innovazione. E’ possibile un rinnovamento visivo solamente se il personaggio del momento lascia la programmazione ed è sostituito da una nuova figura.

Le fiction non sono diverse. Cambia la divisa, (finanza, capitaneria di porto, RIS, polizia…) cambia la località, ma il cattivo persiste, con nomi diversi, e protagonista malevolo da combattere per portare ordine nella comunità.

Noto un ripetersi anche nelle ospitate canore. L’Italia paese della musica e del bel canto agli occhi del telespettatore appare povera di cantanti.

In genere questo fenomeno è spiegato dal fatto che importanti personaggi televisivi come direttori di nomina politica, si dividono la TV pubblica, che a loro volta nominano presentatori, autori, registi, attori, ospiti VIP, che cercano costantemente di procurarsi “diarie” e gettoni presenza. Nella televisione privata la musica non cambia: Costanzo e De Filippi in prima fila con il corteo di “Uomini e Donne” e “Amici”. Con la TV, l’unica strategia risolutiva per l’utente è spegnerla.




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13 ottobre 2007

LA NOTIZIA CORRE SUL WEB

Da qualche giorno il New York Times ha annunciato la chiusura del servizio a pagamento per la consultazione di articoli e dell’archivio storico. Il costo era di 7.95 dollari al mese. Con questo modesto costo il navigatore poteva accedere al servizio e leggere editorialisti come Friedman e Down.

La strategia di mercato che in passato pareva dare buoni risultati ora fa acqua da tutte le parti. La regola è: più visitatori hai sul sito, più puoi vendere pubblicità. Questa teoria spiega perché molti siti prima di permettere la consultazione dei contenuti chiedono l’iscrizione gratuita. Un numero magnificato di utenti garantirebbe esponenziali guadagni pubblicitari, superiori a quelli provenienti dalle sole sottoscrizioni.

Sempre più siti sono supportati dalla pubblicità. La banda larga e l’uso notevole d’internet trascinano milioni di navigatori sui siti dove è possibile leggere la notizia prima che l’argomento sia trattato dalla carta stampata e dalla televisione. IL web ha una marcia in più.




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6 ottobre 2007

LE GAZZE LADRE

Reims, Maggio 1944, un gruppo di cinquanta donne, denominate "le gazze ladre" sono inviate dal governo inglese in Francia, a sabotare con la resistenza francese, il centro d'informazione nazista. La protagonista è Flick Clairet, soprannominata Pantera, agente professionista, e spia britannica, che per esigenze straordinarie si ritrova al comando di queste donne, assortito di due lesbiche, un'assassina, un travestito. Fallito il primo tentativo di far saltare il castello di Sainte Cècile, i tedeschi inviano sul posto lo spietato e donnaiolo maggiore tedesco Dieter Frank, conosciuto per i suoi metodi spietati di interrogare i prigionieri. Flick Clairet, al comando dell'operazione in codice "Gazze Ladre", si riprende la sua rivincita, fino a guidarci all'affronto finale, dove senza esclusione di colpi, si scontra sul filo dell'antagonismo con il maggiore tedesco Frank Dieter. La storia è ambientata durante gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, alla vigilia dello sbarco degli alleati in Normandia. In quei giorni d'estenuante attesa, i partigiani francesi compiono una serie d'attentati, allo scopo di indebolire il nemico e facilitare l'avanzata degli alleati. Ispirato a fatti realmente accaduti, Ken Follet, abile nel romanzare storie di spionaggio, imbastisce affascinanti trame che intersecano azione, amore, storia, catturando la curiosità del lettore, fino a trascinarlo con il fiato sospeso all'ultima pagina. La narrazione non perde mai il ritmo, nonostante il romanzo è copioso, si avverte da subito il desiderio di saltare alla pagina successiva, per scoprire l'evolversi della storia. Il linguaggio non rappresenta un ostacolo, non capita mai di rileggere due volte la stessa frase. Nel primo capitolo, sono concentrati quanti più elementi possibili; perché sono da queste prime battute che si decide se continuare nella lettura, oppure abbandonare il libro nel cassetto. Difficilmente si abbandona un libro di Follett; la sua arma segreta è il colpo di scena, ripetuto, ogni sei, sette pagine, in un diramarsi di vicende con l'impeccabile impronta romantica.

L’autore: Ken Follet è nato a Cardiff nel 1949 e vive a Londra con la moglie, deputato laburista. Laureatosi in filosofia all’University College di Londra, ha lavorato come giornalista. La sua straordinaria carriera di scrittore ha avuto inizio nel 1978 con “La cruna dell’ago” da cui è stato tratto l’omonimo film con Donald Sutherland.




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